
Stonehenge è stato interpretato come osservatorio astronomico, tempio funerario, calendario solare. Ma negli ultimi anni una nuova ipotesi ha conquistato l’attenzione degli studiosi: il monumento potrebbe essere stato anche uno strumento musicale capace di produrre suoni rituali e di creare una forma di **difesa simbolica** attraverso l’acustica.
Non si tratta di fantasia, ma di un filone di ricerca che unisce archeologia, fisica del suono e antropologia.
La scoperta dei lithophones delle bluestones come strumenti musicali è stato l’archeologo Richard G. Thomas, che nel 2013 ha condotto test acustici sulle pietre provenienti dal Galles. Secondo Thomas, molte di esse risuonano come campane o gong quando vengono colpite, una caratteristica che le rende veri e propri lithophones. Possiamo pensare all'effetto del vento e del rumore che emettono così nel buio della notte le risorse naturali, come le pietre, per difendersi dai nemici, come nelle cattedrali gotiche.
Lo storico della musica preistorica Paul Devereux autore di Stone Age Soundtracks, ha aggiunto che “Le bluestones erano note in Galles come ‘pietre che suonano’. Non è affatto improbabile che fossero scelte proprio per le loro proprietà acustiche. Alcune pietre di Stonehenge mostrano segni di percussione come se fossero state colpite ripetutamente. Per gli archeologi, questo è un indizio concreto di un uso sonoro durante cerimonie o raduni comunitari.
Nel 2020 un team dell’Università di Salford ha costruito un modello in scala di Stonehenge per studiarne l’acustica. Il risultato, pubblicato dal professor Trevor Cox è sorprendente: “Stonehenge, quando completo, funzionava come una camera sonora. Le voci e i ritmi venivano amplificati all’interno del cerchio e attenuati all’esterno." In altre parole, chi era dentro percepiva un suono potente e immersivo; chi era fuori, quasi nulla.
Questa separazione acustica crea una forma di barriera rituale, un confine sonoro che proteggeva il rito e ne controllava l’accesso. I cerchi megalitici creano spazi separati, dove il suono diventa strumento di potere e di trasformazione Stonehenge, con la sua acustica unica, poteva proteggere il rito isolandolo dal mondo esterno.
La teoria di Stonehenge come strumento musicale di difesa non sostituisce le altre interpretazioni: le integra. Stonehenge non era solo pietra e cielo: era anche suono. Un suono che oggi, grazie alla scienza, ci permette di immaginare la preistoria non come un mondo muto, ma come un paesaggio vibrante, dove la musica era potere e il potere era difesa.