
Milena Melchiorre è una cantautrice e studentessa di Filosofia, nata nel 2004 e originaria di Giulianova, cittadina abruzzese affacciata sul mare. Attualmente studia Filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, percorso che riflette la sua naturale inclinazione all’introspezione e all’analisi del sé e del mondo.
Scrive fin dall’infanzia, trovando nella parola uno strumento per ordinare i pensieri e dare forma alle emozioni. Con il tempo, la scrittura si è intrecciata alla musica, dando vita a una voce artistica autentica e personale. La chitarra accompagna costantemente il suo percorso creativo, dalle prime composizioni ai contesti live.
Negli ultimi anni ha portato la propria musica in eventi e serate locali, partecipando anche al Festival Mogol Battisti, dove ha presentato un brano inedito.
Il 10 dicembre 2025 segna l’uscita del suo primo album, Punto a Capo, prodotto dall’etichetta Cinemusicanova, con il contributo di Nuovo IMAIE.
https://youtu.be/5EeGVzB74Ag?si=chiK1qBB90dzMSLH
Scrivere canzoni è un modo per fare filosofia emotiva?
Per me, la filosofia non è solo sui libri, ma nel modo in cui tentiamo di mettere a posto i pensieri. Scrivere è l’esercizio di dare un nome a ciò che sentiamo, trasformando il disordine interiore in una struttura, proprio come si fa con un pensiero filosofico. Nelle mie canzoni cerco di capire perché “siamo fatti per piangere e
ricominciare”, cercando un senso anche dove sembra non esserci. Anche se penso che il senso non vada cercato ma vada vissuto…
In che modo la filosofia che studi ha influenzato il tuo modo di raccontare la fragilità?
La filosofia mi sta insegnando a non temere le domande senza risposta. Guardo alle fragilità come a dei vicoli senza uscita o a nuvole in piena: non sono errori, ma stati dell’essere.
Pur essendo un album molto intimo, “Punto a capo” è frutto di un lavoro collettivo. Come hai vissuto questa condivisione?
In primis per me è stato un onore poter imparare e apprendere da questi musicisti di grande spessore. Anche se i testi nascono dai miei silenzi e dalle mie paranoie la musica e L’arrangiamento (come il lavoro fatto con Stefano Zaccagnini) hanno permesso a quelle emozioni di volare tra i vestiti di qualcun altro.
Cosa significa, per te, concedersi spazio senza sentirsi in colpa?
Significa accettare il proprio flusso di emozioni a caso senza giudicarlo. Spesso ci sentiamo in colpa se restiamo “persi dentro un lunedì” o se ci fermiamo a guardare il mare mentre il mondo corre. Concedersi spazio è capire che il tempo lo spendo come niente perché la priorità è riappropriarsi della propria vita,
anche quando ci manda a puttane.
“Mondo defibrillatore” ha un battito più nervoso: quando hai sentito il bisogno di accelerare?
“Mondo defibrillatore” è una scossa per chi reprime le lacrime o si sente bloccato in una morsa. È il battito di chi decide di prendere un treno che porta altrove, uscendo dall’immobilità per tornare a vivere con la stessa intensità della prima mossa.
Scrivere di giovani anime sospese è stato un modo per capirti o per consolarti?
È una forma di consolazione che passa attraverso la comprensione profonda della nostra sospensione.
Il mare accoglie ma può anche travolgere. Ti senti più attratta o intimorita da questa ambivalenza?
Direi entrambe. Il mare è una marea che ci ha fatto e ci ha diviso. Mi affascina perché accoglie i miei segreti ma mi intimorisce perché è facile annegare quando si entra profondamente negli abissi… Somiglianza che ha con il nostro abisso umano interiore paure, sentimenti…
Le tue canzoni raccontano spesso il tempo che corre troppo veloce. E’ una paura o una consapevolezza?
È una consapevolezza che a volte diventa paura. Vedo il tempo che passa sopra... senza mai passare davvero, o che si contraddice continuamente. C’è la paura di fare tardi e la consapevolezza che siamo solo istanti che diventano distanti. Ma alla fine, accetto che il tempo è un passatempo prezioso da
vivere fino all’ ultima alba.