Fausta Genziana Le Piane, Ostaggio della vallata
Fausta Genziana Le Piane, Ostaggio della vallata
E’ questa raccolta di Fausta Genziana Le Piane, lo svelamento di un mondo interiore complesso, forte e fragile di quella fragilità che appartiene al poeta e ne consente il volo alto e lungo, come falco che ruota sopra le valli e non atterra.
Presentato e post fato dalla colta raffinatezza di Plinio Perilli, con quella attenta e profonda cultura che sempre lo caratterizza e ne rende vasto e argomentato il discorrere anche delle tematiche più sottili, questo libro si distingue nella produzione letteraria contemporanea, anche per la presenza delle note che di pagina in pagina accompagnano per mano il lettore nella profonda disamina del testo.
Così si faceva una volta, seguendo la tradizione delle grandi produzioni poetiche e così, con grande sorpresa, ho ritrovato queste caratteristiche nel libro di Fausta, che restituisce senso e dignità al lettore ma prima di tutto alla parola poetica troppo spesso in questi recenti decenni affrontata con superficialità, frasi fatte o citazioni arzigogolate e di scarso senso critico e tantomeno filosofico.
Ho trascorso i giorni della mia Estate toscana, leggendo sulla sdraio nel mio giardinetto fiorito, le quasi 120 poesie composte da Fausta: di fronte a me le Alpi Apuane maestose nel loro silenzio e nella vastità delle selve e dentro di me, nella mia coscienza, le parole delle del suo essere poetico.
Un piacere sottile, estatico direi, mi ha presa lasciando che ogni volta ciascun testo vibrasse della luce e dei riferimenti colti ma leggeri, intensi ma di ampio respiro che la nostra poeta ha saputo tracciare con una ispirazione straordinaria toccando ad esempio, la dolcezza nel descrivere il sentimento d’amore della madre per la figlia, “A mia figlia Scilla”, “…ogni uscio che si cchiude/ha il profumo della pelle/ogni finestra che si spranga/ha il colore dei tuoi occhi/.”,  per passare  al salto onirico che la rende unica nella chiusa “Non ti trovo/infine/perché sei diventata stella./
Che brilla sulla mia fronte”.
Ecco, io avrei scelto proprio questa poesia come incipit del libro, poiché ne racchiude e sintetizza tutta la sapienza costruttiva del verso e insieme la bellezza leggera, come la luce quando sorge il sole dell’Alba ed è tenue ma si dilata in breve e s’intensifica allargandosi a tutto il cielo.
L’amore nelle sue vesti più disparate è il grande protagonista di questa raccolta e in particolare l’amore materno che si rivela intenso e profondo mai sdolcinato bensì ricco di forza, come nella poesia “A mio figlio Alberto”, “Voglio darti certezza d’amore/in questo giorno luminoso/mentre/giovane atleta vincitore,/…invii un bacio alato/…Voglio stringerti nel vento/veloce levriero del sorriso/che corri senza catene/nella tempesta della giovinezza./
E non voglio lasciarti.”
Ecco quel “Voglio darti certezza d’amore”, espressione stupenda di madre che ha partorito carne e sangue suo proprio e pur nella consapevolezza della reciproca libertà e differenza, ribadisce il suo ruolo di mater, “voglio stringerti nel vento/…e non voglio lasciarti.”,  non è affermazione di possesso cieco ma dichiarazione di amore certo e indistruttibile, perenne riferimento, terra d’approdo nel tempo.
E puntualmente Plinio Perilli annota a fine pagina le sue emozioni che lo portano a legare tessere di letteratura, come non a caso torna e si intreccia la cultura del commentatore con quella sottesa della scrittrice, non per nulla docente di Francese e profonda conoscitrice della letteratura d’oltralpe. Tutto il percorso di questa raccolta ci porta a soffermarci sulle tante valenze di uno scrivere che presuppone l’avere tanto letto, studiato e amato il sapere e quella curiosità creativa e inestinguibile che guida le menti illuminate dal desiderio di conoscere. Come Fausta, come Plinio, come tutti noi che abbiamo fatto della parola altrui e nostra pane quotidiano e fragrante.
Essere nata nella terra di Calabria, a Nicastro, “un luogo mitico pieno di storia fiera  e forte di natura…bizantina, prosperò sotto i Normanni e in età Sveva  (Federico II ne rafforzò il castello)” come ne esplicita i natali l’amico Perilli, è stata senza dubbio una circostanza che ne ha segnato profondamente carattere e esistenza, ma in senso positivo, senza fare di lei la donna di un Sud chiuso e arroccato nelle tradizioni, bensì dando forza e validità alla sua personalità ebbra di sapere e libertà.
E’ sufficiente leggere i titoli che segnano i capitoli della raccolta: “Selene ed io”, “Il bisogno di te”, “Nell’incavo caldo”, “Resuscita Lazzaro”, “Fermasogni”, “Torneranno le parole” per entrare nella poetica e nella tematica dei suoi versi e tornare a ritroso nella Storia, quella ufficiale sì, nel Mito sì anche, di cui è pregna la terra italiana e oltremodo quella meridionale impastata di Bruzi, Fenici, Greci , Romani, Arabi, Bizantini, Normanni e poi ancora e ancora di tutte le silenziose migrazioni che nei secoli hanno salvato popoli in fuga. E’ necessario poi leggere le sue poesie per rintracciare una appartenenza profonda al mondo, all’umanità, al sentimento che si espande tuttavia e vola alto nelle letterature europee e ne apre i canali espressivi svincolandosi da legami che la nostra poeta sente troppo stretti e dai quali non vuole farsi impastoiare.
“Ostaggio della vallata”, la poesia eponima che dà il titolo a tutta la raccolta, rivela proprio nella presenza, del resto assidua e ricorrente, del vento, il desiderio di libertà in toto della nostra poeta: “Prima ostaggio della vallata/il vento si libera/poi,/e,/trasportando con sé/frantumi di sere d’estate,/accarezza il verde seno/delle colline./
Avanza infine verso una notte d’amore”.
Straordinaria immedesimazione di paesaggio, forza della natura e donna che avanza libera verso l’amore.
Ancora possiamo parlare della bellezza del suo linguaggio puro e sintetico, originale e tutto suo, moderno eppure antico nella valenza, della capacità di attraversare verseggiando i lati più oscuri e dolorosi dell’esistere, “Hiroshima”, “Il male vissuto”, come quelli gioiosi e teneri dell’essere, “Nuovo incontro”, della identificazione nel paesaggio o negli elementi della natura, “Non ho più corpo”, “Il tempo” ma è bene che il lettore vada lui stesso a scoprire la parola di questa donna delicata ma forte e originale, che esprime la sua poliedrica e inarrestabile, dionisiaca creatività nel verso ma anche nel collage, nel disegno, nella cura della residenza Casa Duir, dove ospita gli amici artisti e ancora nella realizzazione della rivista Kenavò, che racchiude poesie di amici, saggi letterari, riflessioni sull’arte e in fondo in fondo…il suo animo gentile e generoso di artista e di donna.

Eugenia Serafini
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