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La balia
La balia
Quel mattino mia nonna mi sistemò in uno di quei passeggini anni cinquanta con la carrozzeria in ferro e così bassi da sembrare una topolino cabriolet con l’assetto sportivo, mancavano solo le luci di posizione e i fari davanti e avrebbe potuto benissimo passare per una Fiat fuoriserie. Al mercato dovevamo incontrarci con una signora alla quale avrebbe chiesto di farmi da balia: un personaggio ormai decaduto, soppiantato dal latte in polvere e dagli sterili e asettici nidi d’infanzia. Quanti hanno avuto la fortuna d’essere affidati ad una balia come la mia sanno quanto arricchimento affettivo ha recato alla loro infanzia e, spesso, a tutta la loro vita l’esser cresciuti tra le braccia amorevoli d’una tata che si prodigava così interamente nel proprio ruolo al punto che veniva rimproverata di trascurare la propria famiglia, i propri figli. Dal primo istante che mi sollevò estasiata dal groviglio di fasce, lenzuola e copertine, la mia tata s’innamorò di quella che definì la sua “bambola dai boccoli d’oro” e accettò quello che per lei non fu mai un mestiere ma una rinnovata ed inaspettata maternità per la quale, in seguito, pagò il prezzo d’una disperazione impotente e muta vedendosi privata così drasticamente di quella che ormai era una sua creatura.

Allora, ignara e premurosa, mi portò subito nel suo modesto appartamento in Via Di Donna Olimpia al quarto piano di un agglomerato di “grattacieli” come venivano chiamati allora i primi palazzi ad otto piani. Gli stabili erano sistemati in cerchio con l’entrate senza portoni che , dopo tre o quattro scalini, sfociavano nel grande cortile: non c’era mai silenzio in quella specie d’aia cittadina, i bambini giocavano e s’ azzuffavano per tutto il giorno tranne nelle ore di scuola o durante i pasti che venivano consumati dagli inquilini più o meno agli stessi orari, essendo una comunità dai lavori e dalle esigenze molto simili: operai, manovali o semplici artigiani che guadagnavano quel tanto a giornata che bastava a tirare avanti. Ricordo il gioco d’ombra che il sole formava entrando dalle persiane chiuse, i suoi raggi soffusi sul fresco delle lenzuola immacolate quando Anna, la mia giovane balia, mi adagiava per il sonnellino pomeridiano: dovevo essere molto piccola eppure potrei dipingere il suo volto con dovizia di particolari da far invidia ad un fotografo! Aveva un volto fresco, gli occhi scuri dallo sguardo luminoso e sereno, accesi spesso da un sorriso sempre pronto; i suoi capelli erano appena un po' sopra le spalle, lisci e castani con una morbida tendenza ad incurvarsi sotto il collo così da incorniciarle il viso e tagliati sopra la fronte, in una frangetta liscia e para che le dava un’aria sbarazzina.

Non era affatto una matrona grossa e rubiconda perchè non aveva mai allattato di mestiere ed anzi, fino a quel nostro incontro, si era presa cura esclusivamente delle sue bambine, una già grandicella che mi sembra si chiamasse Vittoria e l’altra Rita, di circa sei anni, che divenne subito la mia sorellina, dedicandosi ai miei capricci ed ai miei giochi senza mai invidia e gelosia.

La mamma di Anna che viveva in quel piccolo appartamento circondata dall’ affetto delle sue nipoti, ben presto divenne la mia “Nennella”ed imparai sulle sue gambe il gioco del “trotterello” e della “sedia sediola”: altro non poteva fare perchè costretta a stare sempre seduta sulla “seggioletta” dai suoi acciacchi allora incurabili.

Eppure non era mai di peso ad alcuno, non chiedeva mai nulla e si prodigava in tanti lavoretti che le sue mai ancora sapevano svolgere con l’abituale sveltezza: tra quelle dita fiorivano centrini e colletti di filo sottile che per Natale distribuiva ai parenti che venivano a farle visita. Il capofamiglia, Ciro, era per Anna un marito affettuoso e sempre pronto all ’allegria: fu con questo spirito che mi accettò in casa senza essere stato preventivamente consultato.

La Domenica ci caricava tutti sul suo camioncino con il quale nei giorni di lavoro trasportava la merce per i negozi d’alimentari, e ci “ballonzolava”in fantastiche gite fuoriporta.

Per non sentirci troppo soli c’era un altro componente molto importante e rispettato da tutti noi a farci compagnia: Tito, un terribile cane lupo nero dagli occhi di brace che puntualmente cercava di sbranare qualsiasi sconosciuto che malauguratamente s’affacciava alla nostra porta!

Ebbene, appena fui in grado di muovere i primi passi divenni la gioia ed il tormento di quel bestione che imparò cosa significa amare un tenero cucciolo d’uomo dai lunghi peli biondi in testa , sentire le sue manine in bocca, sulla lingua , sui denti e non poter stringere quelle fauci già famose nel quartiere e per di più accucciarsi pazientemente senza neppure un grugnito! Avevo circa tre anni quando sola con Tito, aggrappata al suo collare, potei attraversare la strada ed arrivare, con il soldino stretto in mano, fino alla “vecchietta” che vendeva caramelle, lacci e “pesche”(vi ricordate i piccoli cilindri ricoperti di carta colorata con dentro una sorpresa?) sul marciapiede opposto.

Se tentavo di attraversare incautamente, prendeva un lembo del mio vestitino tra i denti e mi si parava davanti: neppure una doppietta l’avrebbe potuto far desistere e, francamente, c’era sempre molta poca gente intorno a noi. Sembrava davvero una favola che nessuna incrinatura avrebbe mai spezzato: io continuavo a crescere non sapendo quanto mi sarebbe costato!

Il mio distacco fu brusco e doloroso e una realtà diversa s’impose presto a quella prima e meravigliosa parte della mia esistenza ma non dimenticai, nei duri anni a seguire, quella lezione d’amore familiare che mi fu donata da persone che ancor oggi amo profondamente nel prezioso, unico e indelebile ricordo.
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