Lettera a Lèontine
Lettera a Lèontine
Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. J.D.Salinger
E’ esattamente questa la sensazione che si ha quando si finisce di leggere il libro “Lettera a Lèontine” di Raffaello Mastrolonardo.
Grazie al passaparola dei lettori questo libro è riuscito a diventare un caso editoriale ed è stato tradotto in altre lingue. Sarà per la forza dei personaggi, per la capacità di descrivere l’amore con gli occhi di un uomo, non che gli uomini non sappiano narrare i sentimenti, ma oggi, in questo genere di narrativa prevalgono le voci femminili.
La voce narrante è quella di Piergiorgio Alfonsi, ginecologo affermato, poeta e musicista mancato, padre devoto e marito sofferente. Incontra Leontine, il b-side di questa storia, ovvero, la padrona indiscussa di tutto il romanzo.
Elegante e sensuale, Leontine rappresenta tutto ciò che a Piergiorgio manca, da tempo: una compagna ironica, intelligente, abbastanza forte da sapere ciò che vuole, con la quale parlare di libri, di quadri e di poesia davanti a un calice di buon vino, una donna che sappia ascoltarlo e capirlo nel suo vagabondare disordinato, con la quale dividere la solitudine, ubriacarsi, fare l’amore senza ritegno, oppure, semplicemente sorridere. Una tormentata relazione clandestina, fatta di slanci, ripensamenti, fughe e rimpianti. E’ Piergiorgio a raccontarcela, con una sincerità (ahimè) non comune al sesso maschile ma è Léontine a dettarne i tempi.
“Lettera a Léontine” è un romanzo d`amore, banale nella sua trama di tradimento consumato con rimorsi e poi rifuggito con rimpianti, come ammette il suo stesso autore, ma che coinvolge per tutta una serie di emozioni che a partire da questo spunto si mettono in gioco: ricerca di sé, contraddizioni, slanci artistici, piaceri assaporati senza riserve, revisione delle scelte di vita, incomunicabilità, malattia.
Una storia che dà voce agli uomini, che ci mostra le ragioni più sofferte di un tradimento e le contraddizioni dell’animo umano, e ci spinge a riflettere sul potere dell’amore.
“ Tu hai smosso un equilibrio che pigramente mi ero costruito, e la vita artificiosa, appagante, la tana del mio letargo emotivo, l’ho improvvisamente vista nella sua luce e dimensione reale.”
In amore vince chi fugge e nel romanzo è Leontine a cedere e poi fuggire, costringendo Piergiorgio a fare i conti anche con l’altra faccia dell’amore, quella dell’abbandono, del dolore, delle lettere scritte di notte che lo tormentano di interrogativi.
Così la sua lettera-dichiarazione a Leontine scorre veloce come un paesaggio sul finestrino di un treno, regalandoci anche il ritratto di una generazione, quella che superati gli “anta” è ancora alla ricerca di emozioni per sentirsi “viva”.
Una storia che dà una bella lezione agli uomini un pò bambini, un po’ insicuri, insoddisfatti e sempre alla ricerca di conferme, ma soprattutto un omaggio letterario che fa riconoscere e apprezzare un “grande” della storia dell’arte internazionale come De Nittis, a tutt’oggi quasi dimenticato.
Un amore che non ha età, regole e leggi, e per questo motivo che Piergiorgio cita il poeta americano Edgar Lee Masters “ Questo è l’amaro della vita: che solo in due si può essere felici; e che i nostri cuori sono attratti da stelle che non ci vogliono.”
L’argomento è la crisi di mezza età, non le apparizioni di una affascinante e misteriosa presenza femminile, una sfuggente musa ispiratrice della Lettera. Pigi è ovunque e non ha bisogno di Léontine, anzi, il nome stesso della donna, che fa pensare al lettore ad una straniera intrigante, è scelto per dare la possibilità al narratore di sfoggiare le conoscenze su De Nittis, di introdurre dottoralmente le proprie nozioni artistiche. Léontine come la musa di De Nittis, Léontine dai capelli rossi come la Danae di Klimt. Léontine che in realtà è, banalmente Lea.
Non un folletto sfuggente, imprendibile, ma un amante razionale incontrata sempre quando è impossibile incontrarsi per non lasciarsi.
Della lettera c’è poco, l’interlocutrice è assente e piuttosto si legge il monologo di un medico affermato ma infelice, ansioso di farsi applaudire per la propria abilità al pianoforte, di far ammutolire per la propria conoscenza artistica.
Le citazioni sono sempre esplicite, non lasciano mai spazio al piacere del lettore di cogliere un riferimento accennato ma non spiegato. La modalità di rappresentazione di Lea, poi, è un abbassamento dello stile formulare omerico:
la donna compare sempre accompagnata dal bagaglio di alcuni stilemi, mai completamente elogiativi. Occhi chiari, ma con rughe, capelli ramati, ma un ramato indefinito, seni piccoli, corpo slanciato, ma poi appesantito. Non la rendono più vera, meno ideale, queste descrizioni, solo più prosaica, da indefinibile metafora di una aspirazione all’amore quale era stata introdotta.
La giornalista Anna Furlan scrive: “E’ un romanzo che inevitabilmente, alla fine dell’ultima pagina ti porta a riflettere e a vedere il mondo e la vita con una lacrima in meno e un grazie in più. Ma quello che ancor di più ci ha colpito nel leggere “Lettera a Léontine “ è la qualità che Mastrolonardo ha nella scrittura, con poche essenziali parole riesce a farti vedere-sentire-toccare i posti, gli odori, le cose, sembra che l’autore debba qualcosa alla sua città, un debito che egli ripaga con questo atto d’amore nei confronti della sua eterna Bari”.
Angela Montinari di Bari Sera scrive “Un romanzo d’amore che deve molto alla poesia e che diventa attuale quando manifesta la crisi di una generazione sotto i cinquanta, decisa a non seppellire il sentimento, a non lasciarsi travolgere nell’ansia di mantenere sempre e comunque un apparentemente saldo equilibrio.
Scrittura limpida, piana, sinuosa, che si accende di lirismo in alcuni brani, sino al drammatico e inatteso crescendo del finale, dove l’ingombrante voce dell’io narrante si fa meno sicura, e dunque più struggente e spontanea.
Il romanzo è ambientato a Bari, una Bari da un romanticismo inaspettato, favorito da certe chiusure sociali e dal suo provincialismo. I momenti che segnano la storia passano da alcuni luoghi cari all’autore come il caffè stoppani, la libreria Laterza e il ricordo di quella polverosa di Pasquale sorrenti, via Sparano, piazza Eroi del mare, il circolo della vele e poi Polignano, Trani, Conversano, Altamura, Castel del Monte, Barletta, Giovinazzo, fino a Cisternino e il Salento.
Insomma, una Puglia tutta da vivere e per una volta viene vissuta e raccontata in maniera positiva, mettendola in buona luce.
Enrica Simonetti, giornalista della Gazzetta Del Mezzogiorno scrive che i luoghi del romanzo di Mastrolonardo sono quelli “di una Bari altolocata, che sa essere calda e fredda allo stesso tempo” mentre a far da sfondo alla storia dei due protagonisti c’è “l’indifferenza dei figli divenuti adolescenti, il muro che a volte si costruisce in famiglia, rifugiandosi nei libri, nella stanchezza, nei silenzi”.

Note sull’autore Raffaello Mastrolonardo, 49 anni, nasce e vive a Bari.
Da qualche anno è manager in Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo dove si occupa di finanziamenti ad opere pubbliche e infrastrutturali.
La sua seconda vita è di tutt’altra materia: i libri letti e scritti.
Figlio d’arte, il padre Giuseppe è stato apprezzato poeta, ha pubblicato nel 2005 la silloge “EMOZIONI” con Schena editore a cui segue nel no
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