Lettere di compleanno
Lettere di compleanno
Dolori diversi di almeno tre bocche chiamate Frieda, Nicholas, Ted, Hughes, sui manti dei lupi del London Zoo nell'inverno del 1963...gli stessi che sgocciolano da quelle Birthday Letters pubblicate 35 anni dopo...

“Che cosa posso dirti che non sai
Della vita dopo la morte?

Gli occhi di tuo figlio, che ci avevano turbato
Con la tua piega epicantica
Slavo-asiatica, ma che sarebbero diventati
Così perfettamente tuoi,
Diventarono umide gemme,
La più dura sostanza del più puro dolore
Mentre lo imboccavo nel seggiolone bianco.
Grandi mani di dolore torcevano e ritorcevano
La pezzuola bagnata del suo viso. Gli estrassero tutte le lacrime.
Ma la sua bocca ti tradì -accettò
Il cucchiaio tenuto dalla mia mano senza corpo
Che si protendeva dalla vita sopravvissuta a te.
Giorno per giorno sua sorella diventava
Sempre più pallida per la ferita
Che non poteva né vedere né toccare né sentire, mentre io
La fasciavo ogni giorno nella sua azzurra giacca bretone.
Di notte giacevo sveglio nel mio corpo
L'Impiccato
Il nervo del collo sradicato e il tendine
Che legava la base del cranio
Alla spalla sinistra
Strappato dalla radice e attorto in nodi-
Immaginai che il dolore si sarebbe piegato
Se fossi stato appeso in spirito
A un uncino sotto il muscolo del collo.
Precipitati dalla vita
Facevamo un silenzio profondo, noi tre,
Ciascuno nel suo letto.
Ci confortarono i lupi.
Sotto quella luna di febbraio e la luna di marzo
Lo Zoo si era avvicinato.
E a dispetto della città
I lupi ci consolarono. Due e tre volte per notte
Per lunghi minuti
Cantavano. Avevano scoperto il nostro rifugio.
E i dingo, e i lupi dalla criniera brasiliana-
Tutti levavano la voce insieme
Col grigio branco del nord.
I lupi ci sollevarono nelle loro voci lunghe.
Ci avvolsero e irretirono
Nel lamento per te, nel compianto per noi,
Ci tramarono nelle loro voci. Giacevano nella tua morte,
Nella neve caduta, sotto la neve che cadeva.
E intanto il mio corpo affondava nella leggenda
In cui i lupi cantano nella foresta
Per due bambini trasformati nel sonno
In orfani
Accanto al cadavere della madre."


Quel cadavere che ha il viso, e il nome, di Sylvia Plath.
Una data, l'11 febbraio 1963, che reca con sé il mistero di una scelta, il desiderio di un cammino-vettore che, forse, nessuno avrebbe potuto cambiarne verso, e direzione...
"Verrà la fama. Fama per te, soprattutto.
La fama è inevitabile. E quando arriverà
l'avrai pagata con la felicità,
tuo marito e la vita"
è il soffio di uno spirito invocato da Ted sul quadrante dello ouija: sapeva, Sylvia, che i morti cantano le proprie litanie?
Segnali. Presagi.
Come il ricordo della zingara di Reims che, “respinta quasi prima che parlasse”, biascicò nella sua direzione –un dito alzato, occhi bile-livore quel "Vous crèverez bientôt" che Sylvia, intenta a scrivere cartoline, probabilmente ignorò, ma che ferì Hughes con il lampo di una maledizione che, per giorni, tentò di neutralizzare rimando vani “talismani di potere, in cynghanedd”.
Come una lunga elegia frammentata, Lettere di compleanno, definito da molti un canzoniere moderno, ripercorre l'intreccio di più vite: “Alzo gli occhi come per incontrare la tua voce con tutto il suo incalzante futuro che mi è esploso addosso. Poi torno a guardare il libro delle parole stampate. Sei morta da dieci anni.E' solo una storia.La tua storia.La mia storia”.
E il tempo si accumula verso, dopo verso, rincorrendo brandelli di ricordi che sembrano sul punto di disperdersi, parole non dette, ancore di silenzi pesanti come croci.
L'incontro con Sylvia, il matrimonio, i viaggi...lei eterna negli occhi di Nicholas, scolpita nei lineamenti di Frieda, l'ombra-cicatrice del primo, tentato, suicidio: “Eri argento massiccio rivestito d'oro con la punta di nichel. Traiettoria perfetta come attraverso l'etere. Persino la cicatrice sulla guancia, dove avevi probabilmente sfregato sul cemento, era la riga della canna che ti manteneva dritta sull'obiettivo”.
L'obiettivo-fantasma che l'ha strappata dai vivi: “Il tuo Papà, il dio con la pistola fumante”...
"Non volevi essere come Cristo" scriverà Hughes, in un moto di accusa e biasimo “Volevi essere con tuo padre in qualunque luogo egli fosse. E il tuo corpo ti sbarrava il passaggio. E la tua famiglia che era carne e sangue tuo lo appesantiva. E un dio che non era tuo padre era un falso dio. Ma non volevi essere come Cristo”.
Il “colosso”, (Hughes come huge, enorme, immenso, come lo definirà la Plath dedicandogli la prima raccolta di versi, la sola pubblicata in vita, altare di un dio che non è più) che era la “salute” di Sylvia, si ammala rimpicciolendo la sua stazza, nelle pagine di un viaggio che, sente, privo di ritorno: pubblicate Lettere di compleanno, Ted è libero di andare.
Un Orfeo mancato e discinto, così, barcolla nella bellezza disperata di liriche estreme, comprime la sua voce in lacrime terse che la Poesia, incurante, divora...il cancello della Morte rimane socchiuso, alle spalle di lui.
Non ha un dolore da sconfiggere, Hughes, né pudori da difendere, solo le sfaccettature di “un prisma che rigiro di qua e di là. Di là vedo il velato barbaglio marino delle tue estasi, le tue visioni nel cristallo.Di qua la lampada irreparabilmente infranta nella mia cripta di sogno, tenebra totale, sotto la pietra della tua tomba”.
E' la colpa di un amore che, forse, per sopravvivere a se stesso, non avrebbe dovuto essere tale: “Da soli avremmo potuto, l'uno o l'altra, incontrare una vita. Coppia siamese, suppuranti ciascuno una singolare infezione dell'anima per l'altro, ciascuno era il palo che infilzava l'altro. Faticosamente, in silenzio percorrevamo le strade, confermandoci l'un l'altro, resi storpi e ciechi dai sogni”.
Il silenzio si sfalda e quanti l'hanno voluto additare come il solo colpevole del suicidio di Sylvia vengono relegati nell'impressionante “I cani mangiano vostra madre”, quasi sigillo finale all'intera raccolta.
Lettere-visioni di un orfano di se stesso per l'altra che si rinnova nell'assenza violenta della propria scomparsa.

Lettere di compleanno (Traduzione e note a cura di Anna Ravano, introduzione di Nadia Fusino. Testo originale a fronte), Ted Hughes, Oscar Mondadori
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