Premio Strega 2013, Le Colpe dei Padri, Alessandro Perissinotto
Premio Strega 2013, Le Colpe dei Padri, Alessandro Perissinotto
Alessandro Perissinotto ci regala un'altro romanzo travolgente, di quelli da cui non ci si riesce a staccarsi facilmente.

"Le colpe dei padri", edizione Piemme è stato presentato al Premio Strega 2013 da Gianluigi Beccaria e Eva Cantarella.

Docente presso l'Università di Torino e autore di diversi saggi, Alessandro Perissinotto approda alla narrativa nel 1997 con il romanzo poliziesco L'anno che uccisero Rosetta (Sellerio), al quale fanno seguito La canzone di Colombano e Treno 8017 (Sellerio, 2000 e 2003). Nel 2004 pubblica per Rizzoli il noir epistolare Al mio giudice (Premio Grinzane Cavour 2005 per la Narrativa Italiana), seguito nel 2006 da Una piccola storia ignobile (Rizzoli), un'indagine della psicologa Anna Pavesi, che torna anche in L'ultima notte bianca e L'orchestra del Titanic. Nel 2008 la riflessione sul poliziesco si sviluppa anche in forma saggistica con La società dell'indagine (Bompiani), mentre la sua produzione narrativa evolve verso il romanzo politico con Per vendetta (2009). Le sue opere sono state tradotte in numerosi paesi europei e in Giappone. Collabora inoltre con La Stampa di Torino e con Il Mattino di Napoli.

"Le colpe dei Padri" è un romanzo nel quale si fondono molteplici elementi, tanto da renderlo oltre che un racconto di fiction anche una profonda e ben radicata riflessione sulla nostra storia, sia presente che passata. Guido Marchisio, è un uomo di successo, separato, che vive con una donna molto più giovane di lui in una casa lussuosa al centro di Torino. E' dirigente di un'azienda multinazionale, per la quale è impegnato a stabilire, basandosi su una lista, quali operai licenziare e quali mandare in cassa integrazione, secondo quella logica economica e aziendale che è tanto familiare alle industrie di oggi. Una logica che nasce dalla crisi e dalla volontà di ridurre il personale per fronteggiare l'economia che sta cambiando. Guido vive la sua vita tranquillamente, in pace con se stesso, convinto che non gli manchi nulla: ha una famiglia, i genitori, una presenza femminile a scaldargli le notti e un incarico di grande rilievo che lo tiene impegnato e lo rende l'uomo che è, pieno di soddisfazioni e di sicurezza. Fino a quando, un giorno, in un bar come tanti altri non incontra un uomo che lo scambia per un certo Ernesto Bolle, rivelandogli che costui ha i suoi stessi occhi, ossia ognuno di un colore diverso e lo stesso neo sotto ad uno di essi. Guido rimane profondamente colpito da quella rivelazione che presto diventerà un'ossessione, minando per sempre quella pace apparente in cui la sua vita sembrava sprofondata.

Chi è Ernesto Bolle? Questa domanda lo tormenterà per lungo tempo e permetterà alla storia di tornare indietro, alla nostra storia che vedrà protagonista non solo più la Torino industriale degli anni 2000 ma anche quella degli anni '70, in cui Guido Marchisio è cresciuto e ha conosciuto fino in fondo. Gli anni '70, gli anni della rivolta, degli scontri di piazza, delle lotte nelle fabbriche fino a raggiungere l'apice della violenza e della criminalità con l'avvento del terrorismo e delle brigate rosse e delle loro vittime innocenti. I licenziamenti di allora somigliano così tanto a quelli di oggi, così come le scritte sui muri e gli atti vendicativi e di protesta che gli operai riservano alla stessa auto del protagonista quando la incendiano e la imbrattano di letame. Il passato ritorna prepotentemente nel presente, nella vita di ognuno di noi e non solo in quella di Guido, che scoprirà che Ernesto da bambino aveva vissuto nel quartiere povero di Falchera e che era proprio come lui fisicamente e basta questa conferma ad insinuargli il dubbio di essere lui stesso Bolle e di aver vissuto una vita piena di inganni e bugie.

Attraverso la vicenda del protagonista, lo scrittore ci riporta nei vecchi quartieri torinesi dove in passato ardeva la lotta e in qualche modo questo richiamo crea una sorta di legame con il nostro presente, testimoniandoci che nonostante anche oggi ci siano le stesse dinamiche e sofferenze, manca un elemento fondamentale che rende ogni battaglia persa in partenza ed è il protagonismo. Quello di allora manca, mentre non mancano i giochi di potere, le lotte civili e quelle violente, perché nonostante tutto, nel libro di Perissinotto, prendono spazio anche coloro che alla forza hanno contrapposto la forza, che hanno preso le armi in mano e hanno sparato.

Qui di seguito le prime pagine del libro Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto, candidato al Premio Strega 2013.

Questa storia inizia con un pugno in faccia e fi nisce con un colpo di pistola, o viceversa, a seconda dell'ordine che
vogliamo dare alle cose, perché l'ordine è solo una convenzione e il tempo, che sembra allineare gli eventi lungo
sequenze immutabili, talvolta si ritorce su se stesso come legno di vite. In ogni caso c'è un pugno, ben assestato, ma alla persona sbagliata. E c'è un colpo di pistola, sparato verso la persona giusta, ammesso che esista qualcuno che davvero si merita un proiettile. Siamo seduti in un bar, Franco e io. È un bar alla moda, di quelli che non ci piacciono. Però è comodo incontrarsi in piazza Vittorio e lì i caffè sono tutti alla moda. Per fortuna non è ora di aperitivi e di fi ghetti: i clienti sono eccezioni. Una coppia di amanti clandestini si è chiusa in una bolla in fondo alla sala e, al banco, un uomo, di cui vedo solo la schiena, di tanto in tanto porge in avanti il bicchiere per farselo riempire di vino bianco. Ogni volta, io e Franco ci diciamo che dovremmo capire se la vecchia "Fogna" esiste ancora, ma poi non lo facciamo, per pigrizia o per malafede. La "Fogna" è la bettola dove ci trovavamo da ragazzi,il sabato sera; un locale lungo e stretto che, oltre il bancone, ospitava tre tavolini, rotondi, pubblicitari: Caffè Paulista. Niente birra alla spina, solo bottiglie grandi di Peroni. Uno dei tre tavolini era 10 il nostro, mio, di Franco e di Roberto. Uno era riservato ai calabresi, quattro vecchi di quarantacinque anni, in servizio permanente continuo nel bar: carte, sigarette e frequenti raffi che di Dio fa', la bestemmia che gli immigrati dal sud imparavano a infi lare ogni quattro parole per mostrare ai torinesi la loro ferma intenzione di integrarsi. Dio fa', variante troncata di Dio fauss, dio falso e bugiardo. Bestemmia da offi cina, da pezzo che cade dal tornio, bestemmia che marca l'arrivo dell'addetto ai "tempi e metodi", col suo cronometro. Bestemmia da fonderia, da colata di ghisa che
acceca all'improvviso; bestemmia da lavoro, abusivamente esportata al bar, per accompagnare una primiera mancata o un rigore negato alla giuventus. Il terzo tavolo era vuoto, sempre. Ogni volta diciamo che torniamo là, dove si erano consumate le nostre utopie adolescenti, sotto lo sguardo dei calabresi. Ma poi, ogni volta, preferiamo piazza Vittorio e il decoro spudoratamente vintage della Drogheria. Ogni
volta signifi ca poi una volta l'anno: è quella la frequenza con cui io e Franco ci vediamo. E la sera, rientrando a casa, diciamo alle nostre mogli che l'incontro è stato bellissimo, che abbiamo ripreso il discorso da dove l'avevamo lasciato l'anno prima, come se i trecentosessantacinque giorni in mezzo fossero stati congelati in una breve parentesi; ma non è vero, semplicemente ci piace crederlo. Roberto invece è desaparecido; ultimo domicilio conosciuto: Bonn. Persino Facebook si sottrae al compito di ritrovarlo. E poco ci importa. Siamo seduti al bar dunque, io e Franco. E parliamo, e davvero lo facciamo come se il tempo non fosse passato, come se credessimo ancora nella parola che cambia il mondo. «La gente è esasperata: prima o poi qualcuno riprende
a sparare.» «Non credo,» faccio io «la lezione degli anni '70 l'abbiamo imparata.»
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