Un' insolita Marguerite Duras in I fiori dell'Algerino
Un' insolita Marguerite Duras in I fiori dell'Algerino
Un’insolita Marguerite Duras giornalista in “I fiori dell’algerino”

Lei è lei: Marguerite Duras. Irripetibile, insostituibile, tutta in questo brevissimo racconto - I fiori dell’algerino, tratto da Storie di amore estremo - di stile giornalistico, da cronaca nera:”Non c’è giornalismo senza morale (…) E’ assolutamente inevitabile” (1).
Se è vero ciò che dice e che cioè il giornalista è “qualcuno che guarda il mondo, il suo funzionamento, e lo sorveglia molto da vicino ogni giorno, lo fa vedere,  lo fa rivedere (…) e non può fare questo lavoro e al contempo non giudicare quello che vede: è impossibile” (1), lei da sempre guarda l’evento con l’occhio della cinepresa, con amore, con partecipazione. E, infatti, al cinema si accenna in questa storia cittadina narrata come se si trattasse di un film, sequenza dopo sequenza: non c’è bisogno del grande Eisenstein a cogliere con il suo occhio l’immagine dei fiori dell’algerino per terra. Basta lei, Marguerite, che ci fa assistere alla scena come se fossimo lì e che ci parla di ingiustizia, umanità, comprensione e condivisione.
Ma partiamo dai fatti, dai semplici fatti di un episodio di cronaca nera e atteniamoci alle cinque domande del giornalista: Chi? Dove? Quando? Come? Perché? Una domenica mattina a Parigi un algerino, senza documenti, vende fiori abusivamente ed è fermato da due rappresentanti dell’ordine francese. Attenti ai particolari però, allo stile: il crudo fatto di cronaca si trasforma in una pagina di poesia delicata e imprevedibile. I rapporti si basano sulle contrapposizioni: da una parte  il giovane algerino - vent’anni -, abbigliato miseramente, che vive e vende abusivamente, che non ha documenti; dall’altra, due signori (così li definisce ironicamente la Duras) “in borghese”, naso al vento, che fiutano l’aria, cercano irregolarità, vanno verso la preda; da una parte la signora che grida “Ben fatto, signori”; dall’altra quindici donne che con delicatezza comprano ad una ad una i mazzi di fiori ripagando, risarcendo, non solo economicamente, ma anche moralmente, il povero venditore. Dinanzi all’atto violento del rappresentante della legge che rovescia con un forte pugno il carretto, facendo cadere tutti i fiori, chi subisce  il torto è riscattato e riconosciuto anche se alla fine sarà comunque accompagnato al posto di polizia. E il lettore capisce subito da che parte sta la scrittrice.
Un’ultima considerazione sull’ambientazione del racconto. Siamo nel Quartiere Latino, il luogo più amato dagli intellettuali, dagli studenti e dai turisti: nel XVIII secolo ne era il centro. Rue de Buci, che ben conosco e dove ho abitato, è una via strettissima con un mercato molto frequentato e  animato che si tiene all’incrocio che porta lo stesso nome di Buci durante la settimana.
Numerosi giochi di pallacorda esistevano nel quartiere, di cui tre proprio in rue de Buci. Questo gioco, antenato del tennis, era molto apprezzato e di moda. Nel XVI secolo Parigi contava 250 giochi per 300.000 abitanti. Nel XV secolo la palla era lanciata a mano nuda; in seguito si utilizzò un guanto, poi la racchetta. Nel 1687 i bravi giocatori cominciano a farsi pagare per apparire in pubblico (antesignani dei professionisti dello sport di oggi). 
Le case, strette e alte, sono l’una attaccata all’altra: dalla finestra della mia camera, assistevo al via vai dei commercianti e contemplavo le tende colorate dei banchetti. L’hotel era in pieno stile “vecchia Parigi”: scale di legno ripide, luce a comando, carta da parati stracciata, colazione in camera con croissants - la cui pasta è diversa da quella dei cornetti - grandi, caldi e friabili...

I fiori dell’algerino

E’ domenica mattina, sono le dieci, all’incrocio tra rue Jacob e rue Bonaparte, nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, sono passati una decina di giorni dall’accaduto. Un giovane proveniente dal mercato di Buci avanza verso l’incrocio. Ha vent’anni, è vestito molto miseramente, spinge un carretto a mano pieno di fiori: è un giovane algerino che vende, abusivamente, come vive, i fiori. Avanza verso l’incrocio Jacob-Bonaparte, meno sorvegliato del mercato e si ferma lì, in ansia, è comprensibile.
Ha ragione. Non sono ancora passati dieci minuti da quando è lì – non ha ancora il tempo di vendere un solo mazzo – che due signori “in borghese” avanzano verso di lui. Sbucano da rue Bonaparte. Sono a caccia. Naso al vento. Fiutando l’aria di questa bella domenica di sole che promette irregolarità, come altre specie  il piccolo di pernice, vanno verso la loro preda.
Documenti?
Lui non ha documenti che gli permettano di esercitare il commercio di fiori.
Allora, uno dei due signori si avvicina al carretto a mano, ci fa scivolare sotto il pugno chiuso e – ah! Com’è forte! – con un colpo solo rovescia tutto il contenuto. L’incrocio è inondato dai primi fiori della primavera (algerina).
Non c’è Eisenstein né nessun altro a cogliere l’immagine di quei fiori per terra, contemplati dal giovane algerino di vent’anni, affiancato da una parte e dall’altra dai rappresentanti dell’ordine francese. Le prime auto che passano, e non si può impedirlo, evitano di schiacciare i fiori, li aggirano istintivamente.
Nessuno per strada, tranne, sì, una signora, una sola: “Ben fatto, signori!” grida. “Ecco, se si facesse sempre così, ci si sbarazzerebbe in fretta di questa marmaglia. Bravi!”
Ma dal mercato arriva un’altra signora, subito dietro di lei. Contempla ogni cosa, i fiori, il giovane criminale che li vendeva, la signora in giubilo, i due signori. E senza una parola, si china, raccoglie  e paga. Dopo questa, altre quattro signore arrivano, si chinano, raccolgono  e pagano. Quindici signore. Sempre in silenzio. I due signori sono sulle spine. Ma che farci? I fiori sono in vendita  e non si può impedire che qualcuno desideri comprarli. E’ durato appena dieci minuti. Non c’è più un solo fiore per terra.
Dopo di che, i due signori hanno avuto il piacere di accompagnare il giovane algerino al posto di polizia.




(1) Marguerite Duras, Storie di amore estremo, Mondadori, 1997, “France-Observateur”, 1957, p. 7

DATE DI UNA VITA

1914 –  Marguerite Donnadieu nasce a Gia Dinh, presso Saigon, nell'Indocina francese (oggi Vietnam) tanto presente nei suoi libri
1932 – Si stabilisce a Parigi, studia diritto
1944 – La vie tranquille (romanzo)
1951 – Un barrage contre le Pacifique (romanzo)
1952 – Le marin de Gibaltrar  (romanzo)
1953 – Les petits chevaux de Tarquinia (romanzo)
1955 – Le square (romanzo e poi lavoro teatrale)
1959 – Hiroshima mon amour (sceneggiatura e dialogo, regia di Alain Resnais)
1960 - Moderato cantabile (romanzo e poi film)
1961 – Une aussi longue absence (sceneggiatura e dialogo)
1962 – L’après midi de M. Andesman (romanzo)
1965 – Le ravissement de Lol. V. Stein (romanzo)
1966 – Le vice-consul (romanzo). La musique (sceneggiatura)
1967 – L’amante anglaise (romanzo)
1969 – Détruire, dit-elle (romanzo)
1970 – Abahn Sabana David (romanzo)
1996 – Muore a Parigi

Fausta Genziana Le Piane
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