Siamo stati così poco assieme…
Siamo stati così poco assieme…
Raccontare la morte di un figlio, è possibile? Sì, lo fa con maestria il regista siciliano Piero Messina con la sua opera prima – L’attesa è il titolo della pellicola -, primo film italiano in corsa per il Leone d'oro a Venezia edizione 2015. Messina, aiuto-regista di Paolo Sorrentino in This Must be the Place e La grande bellezza, racconta in modo lancinante, così come è quella sofferenza, una rarefatta storia d'elaborazione di un lutto ambientata in una bella e solitaria villa ai piedi dell'Etna. La storia non interessa più di tanto: una madre - interpretata da una autentica e convincen-te Juliette Binoche - perde il figlio e intreccia un nuovo rapporto con la di lui fidanzata – è solo sua l’attesa - invitata in Sicilia. Film-storia di sentimenti, impalpabili, narrati in modo struggente nel rapporto continuo con la realtà che resta anonima lontana…irrecuperabile: il bicchiere di plastica rovesciato che dondola sul bordo del tavolo, è lì che si posa lo sguardo della madre che non aderi-sce più alla realtà. Noi guardiamo con lei anche quando, al telefono, lascia cadere il suo sguardo sulla carta da parati staccata dal muro: tutto è estraneo, indifferente. Il film è intessuto di lunghi momenti di silenzio e di inquadrature delle due protagoniste. Non si pensi che il film sia lento: quelle lunghe pause corrispondono ai momenti in cui nel cuore si agitano silenziosamente milioni di sensazioni che devono essere domate. Il rapporto tra le due donne è fatto anche di complicità e di consapevolezza, consapevolezza che la vita comunque andrà avanti e che la casa resterà vuota dopo anche la partenza della ragazza. In una scena in cui la giovane balla con due suoi amici, la canzone Waiting for the miracle, cantata da Leonard Cohen, sottolinea l’assurdità della perdita e l’attesa di un miracolo che non può accadere. Il film mi ha ricordato “Film blu” di Krzysztof Kieślowski, tra l’altro interpretato sempre dal-la Binoche: anche in quell’occasione il film narra di una perdita quella del marito e della figlia in un incidente stradale e della fatica della donna a ricollocarsi nella realtà. Tra le inquadrature memorabili quella che indugia sul cucchiaino appoggiato sul piattino della tazzina del caffè che piano piano entra nell’ombra mentre contemporaneamente emerge grande l’ombra della tazzina oppure il primo piano della zolletta di zucchero che si impregna di caffè prima di cadere con un tonfo nella tazzina facendo uscire fuori tutto il liquido nero. Gesti lenti che ancora non riportano alla realtà. La regia è notevole: ho molto apprezzato la mancanza di flash-back, Piero Messina cerca immagini mai banali ma di forte impatto emotivo: il materassino gonfiabile che vola sul pavimento del terra della villa trasportato dal vento è il simbolo del figlio che non c’è più, in quanto oggetto da lui usato, tanto che più avanti la madre lo abbraccerà, ancora impregnato del suo profumo, con struggimento, dolore. Nostalgia come ricordo del figlio. Mentre il materassino gonfiabile è trascinato via, le tende bianche ondeggiano dolcemente all’ingresso della grande casa come nella scena iniziale del celebre film Il Gattopardo. Oppure ancora è da segnalare la bellissima scena della vasca, verso la fine del film, unico momento in cui si vede la donna interagire con il figlio, di cui peraltro non vediamo mai il volto, sdraiato nella vasca per un bagno, la madre gli parla in un breve colloquio che indica un rapporto a due del tutto intimistico: “Siamo stati così poco insieme…”. Verità sublime, è quello che penso io del poco tempo passato con mio figlio. E’ quello che pensano tutte le mamme che vedono crescere in fretta i propri figli che poi se ne vanno…Non diciamo forse che i figli ci appartengono finché sono piccoli? Sono uscita dalla sala soffrendo della stessa sofferenza di quella madre: il film mi ha cattu-rato e rubato l’anima: non è questo il segno che è riuscito?
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Autore : Fausta Genziana Le Piane
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