Roberto Pagan e Le belle ore del Duca: corteggiare le immagini
Roberto Pagan e Le belle ore del Duca: corteggiare le immagini
Roberto Pagan e Le belle ore del Duca: corteggiare le immagini

Per chi, come me, ha seguito studi di france all’Università, la lettura del delizioso libricino di Roberto Pagan, Le belle ore del Duca, edizioni Cofine, 2012, costituisce un richiamo veramente goloso.
Nella nota dell’Autore alla fine del libro, Pagan spiega i motivi della scelta di queste dodici miniature – le Très riches heures del Duca di Berry -, libro d’ore dei fratelli Limbourg, fiamminghi di nascita, morti di peste nel 1416, in-sieme al loro signore e mecenate. Prima di tutto c’è l’attrazione delle immagini, poi la convinzione di vivere in un’epoca di transizione (come la nostra? Un mondo precario / malato di instabili umori ? – p. 23) e infine l’opportunità di una riflessione sul tempo, sul suo inarrestabile andare, tema tipicamente romantico (ricordiamo i celebri versi di Alphonse de Lamartine in Le Lac, O temps, suspends ton vol! et vous, heures propices, / Suspendez votre cours!) che arriva fino a Charles Baudelaire, citato dallo stesso Pagan, Souviens-toi que le Temps est un joueur avide / Qui gagne tout sans tricher, à tout coup! C’est la loi  /  Ricordati che il Tempo è un giocatore avido; / Vince senza barare, a ogni colpo! È la legge  (Charles Baudelaire, L’horloge, L’orologio in Les Fleurs du mal, Mursia, p. 192) e anche oltre, fino ai giorni nostri.
Non a caso Pagan cita un caposaldo per chi studia la cultura francese, il celebre Autunno del Medioevo di Jo-han Huizinga (1872-1945), storico olandese il quale, come dice il titolo stesso del libro, afferma che il Trecento e il Quattrocento sono grandioso riepilogo e, insieme, tramonto della civiltà medioevale e dell’arte tardogotica. Se ne deduce un sentimento di nostalgia per il mondo che sta scomparendo, ma anche sentimenti di precarietà, di morte da cui l’uomo cerca di evadere, sfuggendo alla malinconia, per rifugiarsi nella dimora del sogno in contrapposizione alla esplosione gioiosa della vita che il Rinascimento annuncia. Allora il delizioso libricino di Roberto Pagan diventa illu-strazione quasi delle tesi di Huizinga e allegoria dei nostri tempi ormai in decadimento (si pensi a quanto Umberto Eco deve al famoso studioso olandese).
Dunque tanti sono i messaggi di questa piccola raccolta in cui ad ogni miniatura rappresentante un mese è de-dicata una poesia.
L’amore, che il Poeta nutre per il preciso documento storico che queste miniature rivestono, per il periodo sto-rico che lo induce a ben immedesimarsi nel mondo ricreato con estrema eleganza, è evidente: si legga, per esempio, Ballata del giullare e della dama (p. 3). La ballata, tra l’altro, nata nel Medioevo, era un genere letterario molto in voga all’epoca: ricordiamo per esempio, La ballade des pendus di François Villon del 1489. Tanto qui, in Villon, vi è crudezza d’immagini, tanto in Pagan c’è dolcezza d’ore.
Scorre la rievocazione di un mondo leggiadro ed ogni poesia è spunto per una meditazione sulla vita: per esempio, il mese di Gennaio ci mostra il Duca mentre, davanti al caminetto, con indosso un brillante abito blu imprezio-sito da damascature, col turbante di pelo, nel giorno in cui era consuetudine scambiarsi doni, riceve gli ospiti.  Ma è pur vero che Pagan, non solo ricrea fedelmente il fasto degli abiti, della mensa e le usanze, famigliari e raffinate insieme della vita quotidiana, ma trova stimolo in questa rappresentazione per due riflessioni. La prima è quella sulla brevità del tempo: il Duca sembra essere padrone e prodigo del suo tempo credendolo eterno. La seconda  è quella dell’aspetto effimero dell’orgoglio, della superbia e dell’opulenza. È inutile: comunque sia, il tempo trascorre rapido o, come dice Antonio Tabucchi, il tempo invecchia in fretta. L’uomo tenta invano di volerlo possedere ma, dalla consapevolezza della sua fuga, nasce il senso profondo della vita, dei rapidi momenti di vita: si può aderire solo al presente.
Aleggia un certo pessimismo, la concezione dell’uomo è amara (Non valgono i nostri castelli / i nostri obeli-schi più alti del cielo / a farci diversi dai cani – Dicembre), ma è un attimo, il sentire di Pagan non è scevro di speranza: il tempo scorre, si è fatto tardi, e, sul finire della vita – è rissa la vita canaglia – apriamo finestre d’azzurro / che circoli l’aria / di un secolo nuovo (p. 29).  Anche noi attendiamo fiduciosi che circoli l’aria di un secolo nuovo?
Ancora: il mese di marzo è dominato dalla rappresentazione delle attività tipiche del mese, l’aratura, la potatura e la concimazione delle viti, la semina dei cereali. Questo è occasione per Pagan di parlare nei suoi versi di ben altre potature, potature dei vecchi pensieri in attesa di freschi germogli. Altrove è un gruppo di aristocratici, nobili dame e longilinee duchesse anoressiche sul prato e una coppia che si scambia gli anelli che ci fanno considerare che sì è aperta la caccia / dei sensi sbrigliati ma anche che l’amore passa in fretta. Altrove ancora infine sono giovani nobili che vanno a cavallo e offrono spunto di riflessione sulla necessità dell’andare e del viaggio. Le attività si susseguono alacremente nei campi (la fienagione, la semina, la mietitura, la vendemmia): è che Pagan non riproduce la scena, è dentro la scena con leggerezza, delicatezza e vagheggia bellezza, armonia e piaceri. Sia nelle immagini che nelle parole si trova una miscela di realismo e idealizzazione.

Durerà quanto quest’opera
assidua dei campi? E questo ripetersi
dei nostri gesti e delle stagioni? 
  E il nutrire
le nostre abitudini e il vivere
per non morire e il vivere poi
per la morte                               
(Giugno)                                                Fausta Genziana Le Piane
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Autore : Fausta Genziana Le Piane
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