Romanzo Irresistibile della mia vita vera di Gaetano Cappelli
Romanzo Irresistibile della mia vita vera di Gaetano Cappelli
Sono Marina Valensise e GianArturo Ferrari a presentare al Premio Strega 2013 "Romanzo Irresistibile della mia vita vera", Marsilio editore, di Gaetano Cappelli.

"La voce di Gaetano Cappelli si conferma una delle più graffianti e disincantate del panorama letterario italiano" per Gian Arturo FerrariFerrari, mentre per Marina Valensise "Gaetano Cappelli riprende la tradizione della commedia all'italiana per trasformarla in pura letteratura».

Cappelli torna a raccontare una grande ed indimenticabile storia, dove l'avventura straordinaria di una vita si sovrappone tragicomicamente a quella dell'Italia di questi ultimi decenni in un affresco che ha la ricchezza e l'intensità dei rapinosi romanzi di una volta, quelli che si leggevano d'un fiato fino all'arrivo del giorno.
L'autore del bellissimo "Parenti Lontani" (Premio John Fante International nel 2008), un libro che è considerato un cult, esce ora con questo nuovo romanzo, e si annovera una posizione nella rosa dei 12 finalisti al Premio Strega 2013.

Nato a Potenza nel 1954, ha pubblicato: Febbre (Mondadori 1989), Mestieri sentimentali (Frassinelli 1991), I due fratelli (De Agostini 1994), Errori (Mondadori 1996). Per Marsilio sono usciti Floppy disk (1988), Il primo (2005), Storia controversa dell'inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo (2007), Parenti lontani (2008), La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo (2008, Premio Ernest Hemingway) e Volare basso (2009), Canzoni della giovinezza perduta (2011) e Baci a colazione (2012). A luglio scorso ha pubblicato negli "Inediti d'autore" del «Corriere della Sera» L'Ombra del falco obeso e durante il mese di agosto sul «Messaggero» una versione a puntate di Baci a colazione con grande successo di pubblico.

Di cosa parla questo grandissimo e ultimo lavoro?

Può una donna amata in una lontanissima estate della giovinezza e mai più rivista, sconvolgere ancora, dopo più di trentanni, l'esistenza di un uomo? È quanto accade a Giulio Guasso. Per lei, come in un romanzo di Fitzgerald, Giulio è divenuto scrittore e se non ne ha mai avuto il coraggio ci penserà il destino, attraverso le sue imperscrutabili trame, a farli rincontrare come, del resto, era già accaduto la prima volta. Messo al mondo per far da erede al sublime Arturo Benedetti Michelangeli - che lo chiede apparendo in sogno alla mamma - il giovane Giulio si ridurrà invece a insegnare pianoforte nei paesi dispersi tra le cupe foreste di un Sud selvaggio e incontaminato. Ma sarà proprio la madre di uno dei suoi allievi a mettere in moto la ruota del fato, procacciandogli l'incarico di pianista in un grande albergo di Ravello. Qui Giulio verrà proiettato a mille anni luce dall'esistenza nella sua grande famiglia meridionale, in quell'ambiente cosmopolita di cui ha avuto qualche fugace visione dai racconti di zio Sgiascì, carabiniere nella Roma della Dolce Vita e sciupafemmine impenitente nonché suo istruttore ai segreti dell'ars amandi.

Esistono tanti tipi di amore, ma quello adolescenziale, il primo amore in sostanza – si sa – è quello che non si scorda mai. Il primo amore di Giulio Guazzo, musicista fallito e scrittore squattrinato mal candidato al Nobel, è uno di quegli amori sì adolescenziali, ma che durano tutta la vita.Il suo primo incontro con la bellissima Elena Bulbo d'Ambra avviene durante la sua prima giovinezza al Lido del Carabiniere, tra spiaggia, onde e forme procaci di altre donne o ragazzine in cerca delle prime esperienze sessuali. Elena sarà una costante durante la sua vita. La incontrerà di nuovo a vent'anni, insieme al bellissimo e straricco fidanzato e sarà proprio lei a fargli intraprendere la carriera di scrittore, grazie soltanto ad un bacio rubato sulla corriera che dalla spiaggia portava all'albergo. E poi, passati i quaranta, l'incontro con Elena sarà sempre un'emozione per Giulio, che nel frattempo sarà giunto al compromesso di sopravvivere dando lezioni di scrittura.

Come succede negli affreschi umani di Dickens, le risate sono tante, almeno una per ogni personaggio o episodio presentato al lettore. C'è il maestro di musica che ha imparato che solleticare l'ego dei genitori e i loro sogni di gloria per i figli è meglio che insegnare a questi ultimi qualcosa. C'è il critico letterario che da sempre riscrive la stessa recensione, con la medesima struttura, per libri diversi. Ci sono i devastanti viaggi estivi in famiglia e le defatiganti soste nei santuari mariani "che-tanto-sono-sulla-strada". Ci sono il coinquilino terrificante e i musicisti finto-alternativi.

In breve, si tratta di un romanzo che regala a chi legge qualche ora di relax intelligente e già questo basta a suggerirne la lettura. Perché riuscire a far ridere è davvero una cosa seria. Il giornalista Antonio D'Orrico su Sette ha scritto che il "Romanzo irresistibile della mia vita vera" sarà il nuovo "Parenti lontani", che è considerato il suo capolavoro.

Di seguito un estratto:

Se c'è una cosa che odio – veramente a questo punto ce ne sarebbe più di qualcuna – è tornare sulle questioni irrisolte; ma se la questione irrisolta si chiama Elena Bulbo d'Ambra, colei che con un solo bacio cambiò irrevocabilmente il corso della mia vita, be' per questa volta farò un'eccezione.Quanti anni sono passati da allora... trenta? No, trentacinque: trentacinque-lunghissimi-anni.Ero giovane; giovanissimo se è per questo e così pieno di speranze che quando, appena sveglio nella mia stanzetta gelata, sporgendo la testa da sotto il nido di coperte, guardavo brillare il ghiaccio nel bicchiere al primo sole del mattino invece di deprimermi, come sarebbe stato logico, dentro ci vedevo i riflessi del mio fulgido avvenire. Ma certo all'epoca mai avrei immaginato che sarei divenuto "l'unico scrittore italiano candidabile al Nobel", come stabilito da Dorota Schwartz, insieme a Reich-Ranicki, il più terribile dei critici tedeschi: e lasciamo stare se l'aveva scritto appena dopo che me l'ero scopata – o, meglio, che lei s'era scopata me, oltretutto profanandomi con una carota in una stanza d'albergo a Berlino; e lasciamo anche stare che dopo la manica di buzzurri che ultimamente l'hanno preso, pure il Nobel non è più lo stesso d'una volta ta: quel milioncino d'euro è infatti sempre lo stesso e dio sa se mi farebbe comodo ora che la crucca – no, non la Schwartz ma la sua ex amica del cuore e mia ex moglie, Irmgard von Kruger – dacché ero ricco da far schifo mi ha ridotto praticamente sul lastrico. In ogni caso, non è la prima volta che mi capita dal momento che se è vero che ci sono vite che scorrono forse monotone ma comunque sicure sui binari della più grande prevedibilità quando altre somigliano al percorso insidioso delle montagne russe, la mia, coi suoi picchi altissimi e le discese abissali, appartiene senz'altro a questa seconda categoria. Al tempo dell'acqua ghiaccia per esempio, prima cioè dell'incontro con la questione irrisolta – Elena Bulbo d'Ambra, intendo – non è che me la passassi meglio. Vivevo nel paese dov'ero nato, un paesino del Sud sperso com'è giusto tra i monti dell'Appennino. La mia povera mamma era morta e papà, dopo il fallimento del piccolo negozio di tessuti che, ispirato da una delle tante idee balzane di zio Sgiascì, le aveva aperto, stentava a tenere in piedi la baracca, e io, l'unico maschio dopo quattro figlie femmine, studiavo filosofia a Salerno. Era l'università più vicina ma perfino lì non potevo permettermi di viverci. Facevo lo studente viaggiatore e viaggiavo inoltre per lavoro: davo lezioni di piano ai rampolli di buona famiglia dei paesi intorno.Ogni pomeriggio salivo su una di quelle corriere sgangherate color cielo e percorrendo le strade che s'inerpicavano a serpentina tra le gole delle montagne coperte di cupe foreste – grandi secolari conifere in un fosco turbinio di nebbie – ascoltando una musica che nessun altro nel pullman percepiva – quella che la poesia di certi luoghi suscita nelle anime elette, come ritenevo esser la mia – raggiungevo i miei giovani allievi, marmocchi obesi e maleodoranti per lo più, e malinconiche fanciulle, sparsi per i borghi del circondario dove, ricevuto in salotti zeppi d'ogni genere di paccottiglia, impartivo le mie lezioni di

solfeggio, armonia e contrappunto, non senza prima esser costretto a trangugiare terribili rosoli fatti in casa o i soliti Anice Moccia, Amaro Lucano, Sambuca Molinari.L'idea di farmi studiare il piano era stata di mia madre.

Un'idea che mi aveva procurato più di qualche mortificazione da ragazzino. I miei compagni giudicavano infatti il pianoforte una roba da femmine e anch'io, all'inizio, non è che la pensassi diversamente; ma la mamma era stata irremovibile. Povera mamma. Aveva un temperamento romantico. Alta, esangue, la testa sormontata da una piramide incaica di bigodini – ma che fine hanno fatto, oggi, i bigodini? – sembrava una freccia spuntita mentre sfaccendava per casa, lo sguardo sperso nel nulla e la radio perennemente accesa ma non sullesolite canzonette, intendiamoci: impazziva letteralmenteper la musica classica e desiderava che io, l'unico figlio maschio, diventassi un pianista di grido. Anzi, ero stato messo al mondo dopo quattro femmine non, come si potrebbe credere, per il desiderio di mio padre di perpetuare la stirpe, ma solo per assolvere a quel compito – una vera missione celeste! 

Nicla
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